Marco Rizzoli, classe 1944, ha vissuto in prima persona l'esperienza dell'emigrazione in Clie. Aveva 7 anni quando partì al seguito della sua famiglia, 13 elementi in tutto, verso l'ignoto. Il viaggio, i problemi e le fatiche iniziali, le paure della madre: tutto trova spazio in questa intervista-testimonianza raccolta da Pio Rizzoli.

Incontro Marco Rizzoli - classe 1944 - un sabato mattina di questo maggio imprevedibile a Pergine Valsugana nella sala esposizioni del moderno edificio sotto l’insegna di “Artecalore” dove suo figlio Alessandro costruisce, da maestro artigiano, stufe a legna. Su una parete che sale alla stessa, Alessandro ha voluto apporre le foto ingrandite dei nonni Amedeo Rizzoli e Zandonai Mario entrambi emigrati in Cile rispettivamente con 11 e 14 figli.

  

Nella foto a sinistra Rizzoli Amedeo e Stefania, a destra Zandonai Mario e Roberti Ada - foto di Pio Rizzoli

 

La fabbrica è dedicata ai nonni, alla loro dedizione al lavoro e alla famiglia, alla loro inventiva e spirito d'impresa. Un omaggio alle radici di laboriosità, coraggio, organizzazione e tenacia, che Alessandro sente proprie perché mutuate dall'epopea cilena dei nonni emigrati in Cile 70 anni fa. Le discendenze dei Rizzoli e degli Zandonai sono oggi distribuite tra il Cile e l'Italia e sono esse stesse l'emblematico racconto del dipanarsi della vita nei 7 decenni trascorsi della vicenda dei trentini in Cile. L'impresa dell'emigrare come scelta obbligata per sfuggire alla realtà di vita grama del secondo dopoguerra, ha innescato nei suoi protagonisti energie e capacità insospettabili alla partenza. Tenacia, resistenza e volontà di reagire alle dure condizioni iniziali, hanno consentito nel giro di qualche anno di duro lavoro ed enormi fatiche, di rendere florida e produttiva l'agricoltura della provincia di Coquimbo-La Serena. Al contempo l'immissione, tra il 51 e il 53, nella comunità de La Serena delle energie di tanti giovani ha innescato un vorticoso processo di modernizzazione e sviluppo economico con l'attivazione ex novo di numerose attività artigianali, industriali, commerciali, trasporti e servizi ecc. che sono l'ossatura economica de La Serena passata in settanta anni dai 20.000 agli oltre 200.000 abitanti attuali.

Marco, papà di Alessandro, ha vissuto quell'esperienza e ne ha reinterpretato la profondità in direzione inversa, quando la vita lo ha fatto rientrare in Italia con la propria famiglia negli anni '70 del 1900 spinto e obbligato dallo stesso spirito e stato d'animo con cui i suoi genitori lo avevano portato in Cile. Marco ha scelto di raccontarmi i suoi ricordi della traversata dell'Oceano proprio nel laboratorio del figlio perché quella fabbrica è anche il suo orgoglio, rappresenta il punto di arrivo delle sue migrazioni iniziate quando aveva 7 anni. Allora aveva negli occhi l'ebbrezza dell'avventura, della scoperta di un mondo ignoto a lui e alle frotte di bambini e adulti che sulla Amerigo Vespucci attraversavano l'orizzonte infinito dell'oceano. Oggi quegli stessi occhi esprimono la soddisfazione di vedere volare l'impresa di suo figlio.

Marco ha ricordi nitidi dell'addio al paese di Verla: un gran accorrere di gente tutt'attorno che aiutava come poteva a caricare i bauli di minuterie domestiche, le valigie coi vestiti sobri dei tempi magri e un sacco di sementi che papà Amedeo s'era procurato per dar inizio, di la dal mare, ad un nuovo futuro. Poi la corriera che da Verla si porta via il primo gruppo di 24 persone (dalla valle di Cembra in questo primo gruppo saranno in totale 65). 
Alla stazione dei treni di Trento il trambusto si fa chiasso elettrizzato dall'adrenalina del viaggio, dagli abbracci della folla di accompagnatori, dai saluti inumiditi da lacrime di addii definitivi, senza speranze di ritorno.

La partenza in treno da Trento - foto Rensi

Marco saluta dal finestrino di quel treno, immortalato da una foto divenuta l'emblema delle partenze. Allunga il suo braccio a salutare sotto quello del papà Amedeo (il signore col cappello) sportosi dal finestrino col bracco piegato quasi per l'ultima benedizione alla terra natale. Nei finestrini accanto i volti dal sorriso incerto dei fratelli Albino, Flora e Teresa aprono alla fiducia in un domani diverso, mentre la mamma travolta dall'emozione rimane seduta sulla dura panca dello scompartimento a sciogliere l'angoscia dell'addio in un incontenibile pianto. 
Appena usciti dalla stazione, Marco, esausto dalle emozioni si addormenta e si sveglia a Genova, già in un altro mondo, all'ombra di una nave enorme, un gigante, agli occhi dei suoi sette anni. A Genova l'ultimo saluto della mamma è per il fratello p. Stanislao e la sorella Silvia, appositamente saliti da Roma per l'ultimo abbraccio.

E poi l'allontanarsi della banchina, del porto, della città, della terra ferma.

Poi mare, mare e mare con papà e mamma nell'angoscia dell'ignoto con l'inoltrarsi per 10 giorni e 10 notti nell'Oceano Atlantico, binomio dell'immensità azzurra di acqua e cielo scardinata dalle sicurezze della terra e della vita di contadini. La vita a bordo per noi bambini, continua Marco, era una scoperta continua con i giochi consueti delle stradine di paese traferiti sul pontone e nelle stive, e della vita a bordo con affacci continui alla ricerca di quel grido:“terra, terra”dei naviganti esausti delle caravelle di Colombo.

Il trattamento a bordo era buono, si mangiava su tavoloni imbanditi ricolmi di piatti che neanche ci si sognava nelle scarne cucine del paese. E poi l'entrare e l'uscire dai porti del“nostro autobus del mare”lungo le coste del Mediterraneo e dell'America del Sud per scaricare e ricaricare, di porto in porto, merci e genti di ogni tipo e colore. La meraviglia dei visi neri sulle coste dei Caraibi mai visti fra i nostri monti. Il lungo giorno di traversata del canale di Panama con lo stupore delle chiuse e la nave, a motori spenti, trainata da locomotive a riva, la foresta tropicale poco oltre e i coccodrilli che sguazzavano nell'acqua, mentre papà mi teneva stretto per mano per fugare le mie paure. Siamo sbucati sul Pacifico sotto il caldo insopportabile dell'equatore. Per ripararci in qualche modo lìequipaggio ha steso un grande telo sopra le nostre teste, se non che, una bambina, per gioco, ci è salita sopra finendo con lo scivolare e cadere direttamente in mare tra lo sgomento generale. Per fortuna i marinai si sono prontamente tuffati a salvarla: quasi come in un film. A scendere a sud lungo la costa del Pacifico infinite ci sono state le fermate per carico e scarico e spesso i pescatori e la gente dal molo ci chiedevano a gesti da mangiare. Ricordo la mamma che calava con una corda del cibo da bordo nave e che in cambio dal molo ci ritornavano la corda con appesi dei grappoli di banane che osservavamo stupiti non avendone mai viste e non sapendo cosa fossero.

Dopo 30 giorni dalla partenza finalmente si arriva al largo di Coquimbo dove la nave ormeggia.

Ci portano a riva a gruppi con dei barconi. Persone, valigie, bauli ammassati sul molo e quindi caricati sui camion militari e trasportati alle parcelle di destinazione.

La mamma in lacrime:“'Ndo sente arivadi?”e il papà a sostenerla e rincuorarla con la forza di marito e della sua famiglia unita.

La casa era a 2 piani, senza acqua e luce e con un focolare a paraffina inadeguato a far da mangiare per le nostre 13 bocche da sfamare. Papà dopo pochi giorni ne costruisce uno di pietra all'esterno della casa con“l’arte”, la sapienza del contadino e il“calore”del cuore di capo famiglia che risolve il problema. Con i pochi soldi portati dall'Italia papà va a comperare una mucca per avere il latte per grandi e piccini. Per le prime lavorazioni in campagna ci viene assegnata, come dotazione ai nuovi coloni, una puledra, forte ma da domare, fatta giungere con un pieno carico di cavalli direttamente dalla pampa argentina. La mamma l'ha chiamata“Roma”mentre papà con le sue abilità familiari di“caliar”(calzolaio) ha costruito il collare da tiro (comacio) e i finimenti necessari per un cavallo da tiro. E via, si incomincia ad arare, tutti impegnati. Io a 7 anni conducevo per le redini la cavalla – una volta domata da papà e dai fratelli più grandi – papà con mano ferma dirigeva l'aratro, passo dopo passo, solco dopo solco, a dissodare la terra e dietro schierati fratelli e sorelle tutti ad estirpar radici ed erbacce.

Quella scena riporta negli occhi di Marco le lacrime di fatiche mai dimenticate.

La puledra "Roma" - foto di Pio Rizzoli

Parte della famiglia Rizzoli "a casa" - foto di Pio Rizzoli

Si inizia a gettare le sementi portate dall'Italia grazie alla Provvidenza e previdenza di papà
Ma la palude“Vega”non da frutti, le sementi bruciano in una terra intrisa del salnitro sceso nei millenni dalle Ande e del sale versato dai maremoti che di tanto in tanto flagellano la ballerina costa del Cile. Papà e i fratelli non demordono e progettano di scavare un canale per far defluire a mare gli acquitrini della palude e recuperare terra all'aratro. Serve un canale lungo un kilometro largo 5-6 metri, alto altrettanti. Si uniscono le forze di diversi coloni per uno scavo tutto a mano, armati di badili e cariole: un'opera immane, d'altri tempi. Il governo provinciale contribuisce a seguito di una supplica, con una ventina di lavoratori e piano piano scavando e rialzando dei 5-6 metri, a forza di braccia, spalata dopo spalata, la terra. Dopo mesi e mesi di lavoro il canale entra in funzione, l'cqua defluisce, le terre riemergono anche se salmastre. Ma il canale consente la desalinizzazione che si completa miracolosamente nel 1957 con le piogge alluvionali che allagano le campagne fin sulla soglia delle case. Quella che sembrava essere l'ennesima maledizione si rivela invece un miracolo. L'acqua, defluendo grazie al canale, porta a mare anche il sale e da allora la terra, addolcita dall'acqua e curata dal sudore dei coloni, comincia a produrre e a consentire alle famiglie di uscire dalle ristrettezze e dalle preoccupazioni di un futuro incerto. Ma quei sei anni di fatiche, preoccupazioni, dubbi sulle scelte fatte minano la salute di papà che riesce a malapena vedere i primi frutti di anni di lavoro, per poi lasciare (a 55 anni, nel 1959) in ulteriori lacrime la mamma. Lei affranta e ormai incarnata nelle fatiche della famiglia rinuncia a ritornare a rivedere i monti della sua vita, la sua Verla per restare per sempre nella terra del suo sposo. Muore a 61 anni nel 1967.
Il seme partito da Verla ha dato i suoi frutti in terra cilena con decine e decine di discendenti.

La famiglia Rizzoli Amedeo nel 1958 - foto Pio Rizzoli