L’ incontro di oggi è con la tesi di Laurea in Storia Contemporanea della Prof.ssa Maria Rosa Sartorelli di Dro discussa nell’anno accademico 1993-94 all’Università di Bologna – Facoltà di Lettere e Filosofia – con il prof. Ignazio Masulli, titolare del Corso in Storia del lavoro.

Titolo: L’EMIGRAZIONE TRENTINA IN CILE NEGLI ANNI CINQUANTA  

Ne proponiamo il capitolo dedicato proprio all’emigrazione del 1951.

Siamo in vista del porto d’arrivo di questo viaggio nel mare della memoria che dal 19 aprile accompagna virtualmente la traversata in nave di 70 anni fa di quel gruppo di famiglie trentine che avevano scelto il Cile come luogo per un nuovo futuro, dove lavoro, casa e pace potessero essere la condizione del quotidiano negato in Trentino da anni di miseria, disoccupazione, guerra ed incertezze. E’ un navigare a vista, cogliendo giorno dopo giorno motivi per dar fiato alla memoria, al ricordo di persone, fatti e storie che hanno colorato il quadro dell’emigrazione in Cile.

La prima spedizione

Il 18 aprile 1951 il primo scaglione, composto da 153 persone, parte per il Cile. Le 20 famiglie scelte per l'operazione risiedevano, quasi tutte, nelle valli pin povere del Trentino. 8 famiglie provenivano dalla Val di Non, 7 dalla Val di Cembra, due dalla val di Sole, una da Meano, una da Brentonico ed una da Sabbionara d' Avio. I partenti affluirono alla stazione ove si era raccolta una grande folla di parenti ed amici. Prima della partenza le numerose autorità presenti pronunciarono messaggi augurali. Con gli emigranti partirono anche un funzionario della regione, che li avrebbe seguiti nella fase dell' imbarco ed una assistente sociale che li avrebbe accompagnati fino in Cile. La stampa diede molto risalto all' avvenimento, dedicando ampi spazi sulle colonne dei vari giornali locali. Stupisce ii clamore che segui questa prima spedizione di coloni ed il coinvolgimento di tante cariche istituzionali. Il 21 aprile 1951 il quotidiano "Alto Adige" riferiva della partenza degli emigranti dal porto di Genova con la motonave Amerigo Vespucci. "Alla partenza si è svolta una cerimonia nel corso della quale hanno rivolto il loro saluto ai partenti il console generale del Cile, Silva, il presidente dell'ICLE prof. Ronchi, il console generale De Ferrari, a nome del governo, e infine il deputato regionale Helfer"   ( "Alto Adige" 21 aprile 1951)

Sul ponte della motonave “Amerigo Vespucci”.

Sullo svolgimento del viaggio riferì l'assistente sociale che aveva il compito di seguire le famiglie. Da un suo dettagliato resoconto, apprendiamo che la partenza avvenne con regolarità e precisione. Il viaggio duro 29 giorni, durante i quali le famiglie cominciarono ad intrecciare rapporti di cordiale amicizia. Non mancò, un certo disagio causato dal costante leggero rollio che provocava alla gran maggioranza disturbi fisici; la convivenza coi bambini e l'affollamento piuttosto molesto nelle stive contribuivano a rendere più nervosi ed eccitabili gli animi. Risulta, inoltre, che durante il viaggio una delle emigranti, giunta al termine della propria gravidanza, partorì un bambino nato morto.  Ciò contribuì a suscitare nei viaggiatori un sentimento di tristezza e di preoccupazione; non va, infatti, sottovalutato lo stato d' animo degli emigranti, i quali avevano dovuto lasciare, probabilmente per sempre, la loro terra e si stavano dirigendo verso un paese sconosciuto. Se la partenza fu seguita con interesse da parte di numerose autorità italiane, in Cile l' arrivo dei coloni fu addirittura un avvenimento nazionale. La stampa cilena diede un notevole risalto all' arrivo dei coloni italiani. Il quotidiano "El Dia" di La Serena, dal 2 maggio, iniziò a pubblicare una serie di articoli che annunciavano l' arrivo degli immigrati; fu quasi un conto alla rovescia fino alla data dell'arrivo. Dal 19 maggio, giorno dell' arrivo, fino alla fine del mese, quotidianamente il giornale riportava i resoconti dell' arrivo, dell' accoglienza e della sistemazione delle famiglie italiane in terra cilena. L' accoglienza fu calorosa, il Cile stava accogliendo le famiglie trentine con affetto e benevolenza. In uno dei numerosi articoli apparsi sulla stampa cilena possiamo leggere: "Da tempo immemorabile, noi cileni sentiamo per voi un affetto speciale. Riconoscimento profondo alla patria del Grande Scopritore, che portò al nuovo continente cultura e civilizzazione. Comunità di razza, di religione, di costumi (...) in questo mondo, tutti gli uomini di buona volontà sono fratelli. Benvenuti, amici italiani!" (Bienvenidos, amigos italianos” in “El Dia 20 maggio 1951, citato in M.G. Calligaro Perini)

L’arrivo e l’accoglienza dei coloni italiani il 19 maggio 1951

Al loro arrivo i coloni furono accolti dal presidente Videla in persona, accompagnato da ministri, ambasciatori e responsabili della Cassa di colonizzazione. Per il giorno successivo allo sbarco fu organizzata una festa in onore degli immigrati trentini. Successivamente si svolse la consegna ufficiale della terra, al suono dell'inno cileno e di quello italiano. Il 21 maggio, in occasione della festa nazionale cilena, i coloni furono invitati a sfilare al posto d' onore subito dopo il reggimento militare. Le famiglie trentine si trovarono cosi al centro dell'interesse pubblico ed avvolte da un clima festoso. Ma, calato il sipario sull'elettrizzante scena, spenti i clamori dei canti e degli inni, vi fu I' aspro contatto con la realtà. Gli emigrati trentini, al momento della partenza, non conoscevano il Cile, probabilmente la maggior parte di loro non l'aveva neanche mai visto su di una cartina geografica; ma erano fiduciosi delle assicurazioni fatte dalla regione, forti degli accordi con l'ICLE, certi che avrebbero trovato ciò che prevedeva il contratto che avevano firmato a Trento. Al loro arrivo, ogni famiglia ottenne la propria parcella, ma, e questa fu la prima brutta sorpresa, invece di trovare le 20 case "pronte per accogliere i nostri emigranti" ne trovarono 16. Quattro famiglie dovettero quindi trovare sistemazione in casa d'altri. Le case costruite non erano però complete, mancavano di luce elettrica e l'acqua non era potabile. Un giornalista de "El Dia", che ebbe occasione di visitare la colonia pochi giorni prima dell' arrivo delle famiglie, cosi descriveva gli immobili: "16 delle 20 case saranno pronte per venerdì (giorno in cui era previsto l' arrivo dei coloni n.d.r.) e già sono praticamente abitabili, mancando solo la collocazione dei vetri (!), qualche elemento sanitario (!) e la tinteggiatura esterna. Le altre 4 furono iniziate più tardi, a causa dell' impossibilità di accedere alla parcella, durante i lavori di drenaggio(!). Abbiamo anche notizia dello scontento tra alcuni per il sistema di approvigionamento idrico, che ritengono inadatto e probabilmente antiigienico." e conclude "Tutte le case dovrebbero essere terminate per il prossimo ottobre (!), tempo in cui dovrebbero completarsi anche tutti i lavori addizionali di preparazione delle terre." ( “Las arcelas de Penuelas ofreceran, in El Dia 12 maggio 1951, citato in M.G. Calligaro Perini )  
Vogliamo qui evidenziare le costanti discordanze delle varie fonti, riportando uno stralcio dell' articolo pubblicato su "Vita trentina", scritto dal funzionario della regione incaricato di reclutare i coloni e di accompagnarli fino a Genova: "Le prime famiglie che sono giunte sul posto, dopo la cerimonia di cui è fatto cenno ed un pranzo offerto loro giorno successivo all' Hotel della Vega dal Presidente della Repubblica stesso, hanno raggiunto le loro case, che hanno trovato veramente accoglienti, di nuova costruzione e complete di ogni comodità, ed i campi opportunamente sistemati che non attendono che di essere lavorati." (“Vita trentina”, 7 giugno 1951).  
Anche sullo stato dei terreni, rispetto alla descrizione fatta dal funzionario regionale, la versione che ne diede l'assistente sociale inviata in Cile è decisamente diversa: "la situazione di tutte le parcelle non era esattamente conforme a quanto era descritto nel progetto. Il sistema irriguo in metà dei poderi non era ultimato o mancava di adattamenti che richiedevano abilità ed impegno; il terreno in parte era frastagliato con alcune superfici paludose o rialzi abbastanza notevoli, coperto di vegetazione stopposa; non tutti potevano disporre di una superficie benchè  minima da porre immediatamente in coltivazione; gli attrezzi agricoli, che erano stati ordinati in base ai desideri ed alle esigenze dei singoli, tardavano ad arrivare; pure si incontrarono difficolta per l' acquisto e la spedizione dei cavalli per i lavori più minuti e per servizi di trasporto, e del trattore per il dissodamento" (Mauro Lando, Letture trentine anno IV n. 19-20 pg 70).  Il mancato rispetto delle condizioni inserite nel contralto ICLE, suscitò malumori all'interno della colonia. Nonostante le festose accoglienze e l'inserimento positivo dei coloni tra la popolazione cilena, gli immigrati dovevano superare tutta una serie di inevitabili difficolta legate al nuovo ambiente. La lingua, il cambio delle stagioni, il clima, l'altitudine, la composizione fisica e chimica della terra, i diversi metodi di coltivazione, erano tutti fattori che richiedevano un lento e graduale adattamento; ma se questi erano inconvenienti prevedibili e comuni ad ogni emigrazione, non lo erano, però, i problemi legati alle promesse disattese. Le critiche e le voci denigratorie nei confronti della missione tecnica italiana cominciavano a circolare con particolare insistenza dentro e fuori la colonia. La stampa cilena evidenziò la situazione di disagio dei coloni trentini: "E' voce comune tra tutti gli abitanti della città ii malcontento dei coloni italiani dovuto alla mancanza di strumenti di lavoro che erano stati offerti dall'ICLE. (...) Le nostre indagini ci hanno permesso di stabilire che per i coloni furono acquistati macchinari a Santiago, ma che non li hanno ancora ricevuti. (...) Questo malumore si deve, inoltre, alla cattiva qualità del bestiame acquisito, come nel caso di alcuni capi che al momento dell' ispezione sanitaria risultarono ammalati. " Que pasa en parcelas de Penuelas? in "El Dia" 17 giugno 1951, citato in M.G. Calligaro Perini)
Su due questioni principali fu particolarmente aspro il contrasto tra i coloni ed i rappresentanti dell'ICLE: la livellazione ed ii finanziamento. In un primo momento, infatti sembrava che la livellatura dei terreni spettasse alla Caja de Colonizacion Agricola, ma poi si seppe che ciò non era stato esattamente pattuito e che tale opera doveva essere finanziata dagli stessi coloni. Numerose furono le proteste, certamente legittime, dei coloni alle quali non si seppe contrapporre argomenti validi, poichè la responsabilità era sicuramente degli organizzatori dell'ICLE che avevano fatto incaute ed inesatte dichiarazioni. Fra le difficoltà e le polemiche i coloni tentarono di raddrizzare la situazione. La loro dura tempra di montanari permise l'avvio della colonia. Ma non si può certo passare sopra alle numerose sofferenze e agli incredibili sforzi fatti dagli emigranti, i quali al momento della partenza erano veramente convinti di trovare la "Merica". Non gli si poteva certo dare torto, assicurati e invogliati come erano dalle autorità italiane. Per comprendere la loro profonda delusione, si deve tener conto dell'indole contadina, tradizionalmente riverente nei confronti delle istituzioni. Come non credere a ciò che dichiarava l'assessore o il funzionario regionale? Purtroppo, la loro riverenza ed ingenuità fu pagata a caro prezzo.

Nonostante le oggettive difficolta incontrate dai coloni, in Trentino le notizie ufficiali continuavano ad essere positive. Il quotidiano "L' Adige" riportava titoli quali: "Piccola felicità a La Serena nel Cile" ed ancora: "Dopo una settimana di lavoro nei campi vanno all'ippodromo a godersi le corse." Alla fine di agosto l'assistente sociale rientrò dal Cile e redasse un dettagliato resoconto sulla situazione degli emigrati. Riportò diligentemente gli aspetti positivi della spedizione, ma non mancò di annotare le effettive difficolta causate dall'inadempienze del contratto ICLE.
Com' era prevedibile gli aspetti positivi prevalsero, mentre quelli negativi furono minimizzati. Le voci discordanti sulla vita delle famiglie trentine non mancarono di giungere nell'aula del consiglio regionale, dove il 7 novembre 1951 il consigliere Defant presentò un'interrogazione "Per conoscere l'attuale situazione della colonia emigranti trentini nel Cile". Secondo il presidente della giunta, l' operazione era "sotto tutti i punti di vista buona e tranquillante ("Verbale del Consiglio Regionale, I legislatura, seduta 76, 14 novembre 1951, p. 12 ) .
Un po' più preciso l'assessore competente che ammette: "Non vorrei dire che le cose siano andate alla perfezione cioè che tutto quanto era previsto nel dettagliatissimo progetto di colonizzazione sia stato rispettato, non tutte le particelle erano come promesse, cioè non tutte avevano la terra levata, però in complesso non si può neanche lamentarsi molto in quanto che tutte le particelle avevano tre ettari pronti per la coltivazione e sono state effettivamente messe in coltivazione. (...)l'esperimento che è stato fatto, ha avuto anche se non completamente, tutta l'attuazione. Il terreno ha dato luogo in parte a lamentele, ma anche a quelle si sta ovviando.("Verbale del Consiglio regionale, I legislatura, Seduta 82, pp. 36-37)

Come la giunta intendesse ovviare ai problemi della colonia di La Serena non ci è noto; sappiamo però che nonostante gli esiti poco entusiasmanti del primo esperimento, la regione si stava muovendo per promuovere altre spedizioni. Risulta da numerose testimonianze orali che l'assistente sociale rientrata dal Cile, sconsigliò vivamente l'invio di ulteriori coloni. Ma i consigli non furono ascoltati e, nel febbraio del 1952, la Regione inviò nuovamente a tutti i comuni una circolare per il reclutamento di altre 100 famiglie da destinarsi al Cile.

Foto archivio famiglia Rossi Mario