Dedichiamo il racconto domenicale dell'emigrazione trentina in Cile a quanto è stato scritto da una giovane protagonista di quel viaggio. Caterina Pezzani, partita con la famiglia da Vermiglio a 11 anni, ha raccolto i suoi ricordi di emigrante nel libro "Tre granelli preziosi come perle". Pubblichiamo oggi un primo estratto, il racconto dedicato alla partenza da Genova e alla traversata.

LA PARTENZA

Tre giorni prima di partire arrivarono i trentini, le prime venti famiglie che partivano con noi. Ci salutammo con allegria, specialmente perché fra loro c'erano alcuni nostri paesani di Vermiglio. C'era Attilio appena sposato, lui ci rallegrava con il suo ottimismo e buon umore. Nel futuro sarebbe diventato mio cognato.

Poi c'erano i Panizza Mariani, con molti ragazzini, e i nostri amici Albertini, che riabbracciammo affettuosi. Conobbi la mia amica Lidia Baldo e, da allora in poi, le nostre vicende sempre si intrecciarono. Feci anche amicizia con Amina e Gemma Sartori, con cui progettavamo l'avvenire. Finché una sera, al tramonto, ci imbarcammo sulla nave Amerigo Vespucci.

Per noi allestirono le stive della nave, trasformandole in grandi dormitori pieni di letti a castello, e lì prendemmo posto, vicino alle sorelle Cazzanelli e Dalbosco.

I letti degli uomini si trovavano sulla prua della nave, invece i nostri e quelli delle nostre mamme, erano a poppa.

Le donne soffrivano "mal di mare", però noi bambini eravamo felici. Le ragazze se la passavano ricamando e verso sera si riunivano i giovanotti, e cantavano tanto bene. C'era anche un sacerdote, e all'imbrunire ci riuniva tutti per recitare il Rosario, sempre in latino. Mi ricordo che anche un matri-monio di un sacerdote ortodosso prendeva parte al nostro Rosario.

Sulla nave c'erano molti spagnoli imbarcati al porto di Barcellona. La partenza di questa gente fu una cosa molto triste. La nave si allontanava dal porto molto lentamente, mentre si sentiva il suono grave della sirena. I passeggeri spagnoli salutavano i loro cari sventolando un fazzoletto bianco, per ben due ore rimasero con gli occhi fissi in quella direzione finché il porto diventò un puntino e scomparve.

Non fu così quando noi partimmo, a notte inoltrata.

Passato lo Stretto di Gibilterra, si presentò l'Oceano con tutta la sua magnificenza, solo cielo e acqua. Ogni tanto ci accompagnavano i delfini saltando vicino alla nave. Al passare la linea immaginaria dell'Equatore ci fu una grande festa dove venne eletta la Reginetta "Miss Vespucci". Era una ragazza cilena che sbarcò ad Antofagasta. Lei ci insegnava parole in spagnolo e ci raccontava cose dei cileni. Ci diceva che in Cile non c’erano tanti fiori come in Italia.

Però a me non preoccupava che non ci fossero tanti fiori, la mia mamma aveva comperato molte sementi a Genova, la città dei fiori, così avremmo seminato tutto il Cile di fiori!

Dopo quindici giorni arrivammo in Venezuela, a La Guaira, primo porto americano. La veduta della città non mi rallegrò e nessuno volle sbarcare

Arrivammo poi a Curazao, un'isola dove si faceva la scorta di carburante

Il panorama si vedeva bello ed allegro. Gli abitanti erano tutti moretti. Così sbarcammo, tutto mi piaceva, passammo davanti ad una piccola scuola, la cui porta era aperta e gli alunni stavano pregando a voce alta tutti assieme. Mi piacque la maniera di farlo e la cadenza delle parole, mi piacquero le bambine piene di ricciolini raccolti con tanti nastrini colorati, le quali indossavano dei bei vestiti allegri circondati di pizzi.

Tornati al porto, trovammo la nave Marco Polo che faceva la sosta vicino all'Amerigo Vespucci. Con la mamma ci emozionammo al pensare che il papà aveva viaggiato su quella nave e già era arrivato a destinazione.

Alcuni passeggeri argentini ci gridavano: "tornate indietro, è più bello in Italia, l'America non c’è più ! !"

Però a noi non importava la loro opinione. “Noi soffriremo per due anni – pensavo - ma poi saremo felici”. Passammo poi successivamente da Buenaventura, Guayaquil, El Callao. Qui ricevemmo la prima lettera del papà, laleggemmo con ansia. Diceva che era arrivato a Val Paraiso, poi in treno fino a Parral assieme agli abruzzesi. “Mi pare di essere nelle baracche di Mittendorf (campo di concentramento in Austria, dove era stato da piccolo durante la Prima Guerra Mondiale).

Piove molto – diceva il papà – però voi arrivereta a La Serena ed io verrò a ricevervi, e la ci sistemeremo tutti.”

Si! – dicevamo noi – La Serena è il luogo più bello, perfino la parola lo dice: “La Serena”. Ci sarà sempre il sole e saremo felici!

 

Abbiamo parlato del libro sulla rivista Trentini nel Mondo. Clicca sotto l'immagine per leggere l'articolo. 

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